Dopo oltre settantacinque anni di assenza, un capolavoro della cultura fittile emiliana del XVII secolo si svela nuovamente al pubblico in una veste del tutto inedita.
📅 Venerdì 19 giugno, ore 17,30
📍 Presso il Museo d’Arte Lercaro in via Riva Reno 57, Bologna
Vi aspettiamo per la presentazione del progetto di riscoperta e restituzione tecnologica della PietĂ di Camillo Mazza.
Un’iniziativa straordinaria che celebra la sinergia tra la rigorosa indagine storiografica e le piĂą avanzate frontiere del digitale. Grazie alla creazione di un “gemello digitale”, l’opera tornerĂ finalmente a integrare l’apparato iconografico dell’ex Cappella del Campanile nella Chiesa di San Girolamo della Certosa, ristabilendo l’integritĂ filologica di uno dei luoghi piĂą suggestivi del patrimonio bolognese.
LA RICERCA E IL RITROVAMENTO
Il progetto nasce dall’iniziativa di Massimo Rossi (3D Virtual Space), che nel 2023, durante la realizzazione del Tour Virtuale 3D della Chiesa, ha raccolto l’appello di Padre Mario Micucci. In un’intervista televisiva, il Rettore lamentava la scomparsa dell’opera originale, un tempo custodita proprio nella nicchia alla base del campanile del Martelli. Le ricerche portano al ritrovamento presso l’archivio dell’Archiginnasio di Bologna dell’opuscolo dello storico dell’arte Mario Zuffa e successivamente alla consultazione online della tesi di laurea di Silvia Massari permettendo di ricostruire l’odissea del gruppo plastico.
L’opera, modellata da Camillo Mazza — artista formatosi alla scuola dell’Algardi e influenzato dal “pathos” di Guido Reni — era originariamente destinata al Convento di Monte Calvario (oggi Villa Revedin). Dopo le soppressioni napoleoniche, la terracotta trovò ricovero alla Certosa, venendo custodita per decenni in una nicchia appositamente costruita alla base del campanile di San Girolamo per accoglierla. I documenti d’archivio certificano che il 27 novembre 1948 l’opera fu rimossa da qui per tornare ai Frati Cappuccini; successivamente, il 9 maggio 1950, fu donata al convento di Lugo di Ravenna, dove risiede tuttora.
Sotto il profilo stilistico, la critica riconosce nel gruppo l’ispirazione al prototipo carraccesco della Pietà di Capodimonte, mediata dalla sensibilità barocca del Mazza, visibile negli ampi panneggi che evocano le invenzioni romane del Bernini (quali la Santa Teresa o la Beata Albertoni).
IL PROCESSO TECNOLOGICO: IL GEMELLO DIGITALE
La riproduzione dell’opera è stata resa possibile grazie ad un protocollo tecnologico ad altissima precisione, volto a tutelare l’originale pur consentendone la fruizione nel contesto storico bolognese:
Rilievo: (3D Virtual Space) Utilizzo della fotogrammetria per generare un modello 3D ad alta definizione che ha permesso di analizzare ogni dettaglio materico della superficie fittile.
Produzione: La replica fisica è stata prodotta dai laboratori Poliart di Lucca in polistirolo HD (Alta DensitĂ ). Il materiale è stato inserito nel progetto “Total Recycling” di Poliart, un modello di economia circolare che utilizza scarti di lavorazione e imballi a fine vita per la creazione di nuove opere d’arte, coniugando tutela culturale e sostenibilitĂ ambientale.
Finitura: La Pietà stampata in 3D è stata consolidata tramite resinatura poliuretanica, garantendo la resistenza necessaria per la successiva fase di finitura estetica.
IL RESTAURO ESTETICO E IL RACCONTO FILMICO
Il restauro estetico è stato affidato alla restauratrice Eleonora Dalpozzo, il cui intervento è stato determinante per restituire alla replica la “dignitĂ della terracotta”. L’originale di Lugo aveva infatti sofferto, nel tempo, di verniciature e stuccature arbitrarie che ne avevano compromesso la qualitĂ , rendendolo simile a “volgare cartapesta”.
L’intera impresa è stata documentata dal regista Ginetto Campanini in un cortometraggio che ripercorre le tappe della realizzazione del progetto: dal rilievo fotografico a Lugo alla posa finale in Certosa.